La “Questione Gerusalemme” ha radici relativamente lontane.

29 novembre 1947, all’Assemblea generale dell’ONU viene emanata la risoluzione 181, con cui l’Assemblea generale delle Nazioni Unite raccomandava l’adozione del piano di partizione della Palestina britannica. Tale risoluzione prevedeva la suddivisione della Palestina in due zone: una ebraica e una araba e poneva Gerusalemme all’interno di una zona internazionale amministrata dall’ONU.

Gli scontri inziarono da subito e fino al ritiro britannico, avvenuto il 14 maggio 1948, si trattò essenzialmente di una guerra civile tra ebrei ed arabi di Palestina ed il conflitto rimase essenzialmente a livello di guerriglia, anche in conseguenza della significativa presenza di forze inglesi. Ma quando gli inglesi si ritirarono, lo stesso giorno Israele proclamò la propria indipendenza; quasi immediatamente gli stati arabi confinanti invasero il neonato stato ebraico. Iniziò una guerra fatta di scaramucce, battaglie e tregue che durò fino al 1949. Gerusalemme fu divisa in due. La zona occidentale occupata dagli israeliani, la parte orientali da giordani. Nel 1950 Gerusalemme Ovest venne proclamata capitale di Israele. Comincia così la “questione Gerusalemme”.

5 giugno 1967 Ore 7.45: il Medio oriente cambia faccia per sempre. A quell’ora le forze aeree israeliane lanciarono un attacco a sorpresa contro l’aviazione egiziana distruggendo la maggior parte dei velivoli, rendendo inutilizzabili tutte le piste egiziane e lasciando l’esercito di Nasser privo di copertura area.

Il destino delle forze egiziane schierate nel Sinai era già segnato, mentre nelle ore successive gli Israeliani attaccarono anche in Cisgiordania (all’epoca parte integrante del regno di Giordania) ed occuparono completamente Gerusalemme il 7 giugno. Sconfitti gli Egiziani ed i Giordani, fu poi la volta dei Siriani che vennero sconfitti sulle alture del Golan. Il 10 giugno era tutto finito ed Israele si trovò con un territorio grande 4 volte quello che occupava 6 giorni prima.

Passarono altri 6 anni caratterizzati da una guerra di logoramento incessante che costò molte vittime da ambo le parti e che culminarono il 6 ottobre del 1973 nella guerra del Kippur. Sulle prime sembrò che l’attacco a sorpresa degli Egiziani e dei Siriani stesse per travolgere Israele, che poi riuscì ad arginare l’avanzata degli eserciti arabi.

Il risultato di questa guerra fu quella di portare Israele ed Egitto al tavolo delle trattative, risolvendo il nodo dell’occupazione del Sinai: con gli accordi di Camp David del 1978 e la successiva ratifica nel 1979 Israele rinunciò al Sinai ed al canale di Suez che tornarono in possesso dell’Egitto, in cambio del trattato di pace e del riconoscimento di Israele come nazione ed i confini israelo-egiziani antecedenti la guerra del 1967. La soluzione vide un grosso sforzo degli USA che si adoperarono (riuscendovi) a far giungere le parti ad un accordo, sia per stabilizzare l’area sia per far uscire l’Egitto dall’orbita sovietica.

Nel 1980 Israele proclamò Gerusalemme capitale unica e indivisibile dello Stato di Israele. Tale proclamazione però venne a più riprese rigettata dall’ONU che riconosce ancora oggi solamente i confini antecedenti al 1967, e considera la Cisgiordania come “zona occupata”.



Nel dicembre 2016 la risoluzione 2334 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, chiede ad Israele di porre fine alla sua politica di insediamenti nei territori palestinesi (inclusa Gerusalemme Est) e ribadisce che non riconoscerà alcuna modifica dei confini del 1967, se non quelle concordate dalle parti con i negoziati e insiste sul fatto che la soluzione del conflitto in Medio Oriente passi per una soluzione negoziale per il progresso della soluzione dei due Stati al fine di addivenire ad una pace definitiva e complessiva.

Il terremoto “Trump”

Le dichiarazioni di Trump del 5 dicembre 2017 che riconoscono Gerusalemme come capitale di Israele denunciano un cambio di rotta notevole da parte dell’amministrazione Americana. Anche se gli USA hanno sempre ostacolato nei fatti una politica tesa a creare due stati (soluzione sostenuta, tra gli altri, da Unione Europea, Russia e Cina), non avevano mai appoggiato in modo così netto la posizione israeliana, per non inimicarsi i potenti alleati (e clienti) arabi mediorientali.

L’annuncio di una settimana fa rischia di interrompere quel processo di pace iniziato negli anni 90 tra l’OLP di Arafat e l’Israele moderato di Rabin, processo di pace congelato all’inizio di questo secolo con le continue crisi in medio oriente a seguito degli attentati dell’11 settembre. Ora con questa sterzata, non ci si può certo attendere che le cose migliorino…. Anzi proprio oggi, 13 dicembre, nel vertice straordinario dell’Organizzazione della cooperazione islamica (Oic) ha visto i principali paesi Arabi firmare una dichiarazione con cui viene indicata Gerusalemme Est come capitale della Palestina.

D’ora in poi i palestinesi non accetteranno più alcun ruolo di mediazione degli Usa nel processo di pace in Medio Oriente… Trump vuole regalare Gerusalemme a Israele, come se stesse donando uno degli Stati degli Usa, come se fosse la sola persone con l’autorità di decidere Gerusalemme è e sarà sempre la capitale dello stato palestinese… Non ci sarà né pace né stabilità in mancanza di ciò.

Abu Mazen (13 dicembre 2017)

Ora lo scenario che si propone è quanto mai incerto: da un punto di vista diplomatico la presa di posizione degli USA è molto rischiosa, perdere la “simpatia” di alcuni paesi musulmani come la Turchia, andrà a tutto vantaggio dei Russi, desiderosi di tornare ai tempi in cui l’Unione Sovietica svolgeva un ruolo importante nella regione. Ed in effetti… il ruolo importante assunto dai Russi nella guerra civile in Siria, il recente riavvicinamento alla Turchia, la cooperazione con l’Iran, sembrano proprio indicare che sia stia andando in questa direzione.

E l’Unione Europea? Dalle dichiarazioni dei giorni scorsi, l’UE sembra mantenere la stessa posizione di Russia e Cina e non sarebbe la prima volta che l’Unione sia in disaccordo con gli “amici” americani, come ad esempio dopo il ritiro degli americani dal trattato di Parigi sul clima.

Nel mondo musulmano anche le cose non vanno meglio: da una parte ci sono i paesi più oltranzisti e più ostili alla nuova politica americana in Medio Oriente. Che l’Iran e la Siria siano ostili agli USA non è certo novità, ma che anche la Turchia (paese membro della NATO) si stia esponendo in questo modo è una novità. Bisognerà vedere cosa faranno gli altri paesi arabi, Arabia Saudita in testa, da sempre filo americana, da sempre impegnata a contrastare la potenza Iraniana nel Golfo Persico, ma da sempre anche sponsor della causa Palestinese. E se la “questione Gerusalemme” riunisse i leader arabi? E se i leader arabi facessero seguire alle parole i fatti e riconoscessero lo stato Palestinese con capitale Gerusalemme Est?  È impossibile fare previsioni, quello che è certo è che stiamo assistendo ad un ritorno della Russia come top player  nella politica internazionale, accompagnata da una politica Americana imprevedibile, quasi Isterica, che non farà che nuocere alla simpatia nei confronti dello zio Sam.